LA VITA PUO’ ESSERE COMPRESA SOLO GUARDANDO INDIETRO, anche se dev’essere vissuta guardando avanti.

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LA VITA PUO’ ESSERE COMPRESA SOLO GUARDANDO INDIETRO, anche se dev’essere vissuta guardando avanti.
(Claudio Magris)

Siamo nel pieno periodo della mietitura, oggi la tecnologia ci ha fatto perdere i valori di una volta, in poche ore ci liberiamo (quasi fosse un fastidio) di un rito campagnolo secolare tanto atteso.

La Mietitura

A giugno, con la chiusura delle scuole, per noi figli di “campagnoli” non arrivavano le sospirate vacanze, ma, maledettamente si moltiplicavano i lavori, al di la del successo o meno, a livello scolastico ( amma aiutè la famiglj). In campagna, l’estate era particolarmente legata ai lavori della trebbiatura del grano, dell’avena e successivamente delle fave. La tecnologia, aveva introdotto le mietitrici, complesso attrezzo falciante che soppiantava la figura del mietitore, trainato da coppie di muli o cavalli, a quattro o a sei, conciliante con il tipo di terreno. Al mattino presto, bisognava fare la “stacchet'”, ovvero tagliare le spighe, delimitando i confini, per l’accesso dei cavalli da traino. E così dopo la mietitura, con relativa raccolta delle “gregne” in “ausiedde” (bighe), alla quale partecipavamo anche noi ragazzini, mal volentieri, per via dei grossi graffi alle gambe, sanguinanti, provocati dagli astucci delle stoppie appena tagliate e dall’acre odore “dell’anita” (finocchi selvatici) sempre abbondanti. Il passo successivo, al termine della mietitura, era il trasporto sull’aia, appositamente preparata, per ospitare i covoni o “cavall”, grossi ammassi di spighe, realizzati a forma di grossi palazzi rettangolari, o circolari (pignun’) facendo attenzione a far confluire le spighe verso l’interno, in modo che gli eventuali temporali estivi non ne compromettessero l’integrità e qualità, chiusi alla sommità con maestria dando delle inclinazioni e pendenze, da formare un vero e proprio tetto. Altrimenti avrebbero cacciato i germogli (ru ggrene cegliev). Esse venivano trasportate con il carro (carrtton’) o traino (amma carrè) e per i piccoli appezzamenti con (li ngegn’) rudimentali contenitori di legno a imbuto posizionati a bisaccia, su dorsi di asini o muli. Molto gradito e conteso, per noi, era fare un giro sul carretto vuoto, mentre si andava ad abbeverare gli animali al pozzo e riempire l’acqua nei barili di legno, per il pranzo. La presenza come ospite fisso per il periodo, di una nostra cugina “cittadina”, di alcuni anni più grande, serviva, per scoprire nuove invenzioni, sia pure rudimentali, come l’aquilone e la caccia notturna alle lucciole, custodite in un barattolo di vetro, da somigliare ad autentiche lanterne luminose.

LA TREBBIATURA
Finita la mietitura, cominciava l’attesa della Trebbia, finché a un certo punto cominciava a circolare la voce che la trebbia, tempo qualche giorno e sarebbe arrivata. La trebbia la si vedeva arrivare, per sconnessi tratturi, verso l’aia, mezzo traballante, tirata da un trattore Landini, e, siccome era stretta e alta, dava l’impressione che da un momento all’altro dovesse rovesciarsi su un lato. Intanto c’era tutta una folla che faceva ala ai lati, composta da quelli che sostenevano la trebbia, a volte dovevano intervenire nel dare una spinta di rinforzo al trattore. I proprietari, erano in ansiosa attesa, così le donne, e i bambini. Insomma era come se ci si preparasse a una festa. La mattina dopo non s’era ancora fatto chiaro, che già si attaccava la bombola del gas al Landini, il quale dopo un poco lanciava dei colpi così laceranti nell’aria calma, con relativa nuvola nera di scarico. Intanto la trebbia aveva preso il suo ritmo e era tutto un girare di cinghie e pulegge, di nastri e cilindri, mentre il rullo sollevatore ingoiava i fasci di grano che venivano buttati coi forconi. Si cominciavano a riempire i primi sacchi di grano e il proprietario, portava i sacchi nel magazzino. A noi ragazzi piaceva dormire (si faceva la controra) in mezzo ai sacchi. Durante i giorni della trebbiatura c’era un via vai di gente che sembrava una festa. Le donne preparavano le orecchiette o si aveva provveduto a comprare (li maccarun accattet’) da condire con il sugo (lu raù) di pollo ruspante e si spillava (lu vin crur’) vino rosso amabile, nel frattempo si aveva provveduto a (trumpè) fare del pane abbondante e fresco, per i lavoratori della trebbia, in modo che avessero un occhio di riguardo, nella gestione del lavoro. Chi cantava, anche se in mezzo al rumore della trebbia e del “motore”, chi si aiutava con la mimica per far capire che aveva bisogno di nuova “linfa”. Poi c’era quello con gli occhiali da motociclista e fazzoletto rosso a pois sul naso e al collo, sotto il tubo di scarico della paglia, alzava la “meta”, cioè il covone di paglia. Più in là le galline e il maiale, sotto il gelso, ne mangiavano i frutti e, erano così imbrattati del colore rosso che fuoriusciva dai gelsi, che erano sporchi come maiali. Oggi, a raccontarli, questi fatti, sembra che siano passati dei secoli, talmente le condizioni di vita e di lavoro sono cambiate, mentre invece tutto avveniva appena pochi decenni fa.

Da: “i ricordi d’infanzia”, pubblicazione inedita di BenvenuTino Baldassarro

Riferimento foto: Trebbiatura sull’aia della Consolazione anno 1954, Mascia Luigi; uno degli ultimi covoni sull’aia di “Scarano” 1977; Arrivo della “Locomobile” trebbia a vapore degli anni ’30; Trebbia sull’aia della famiglia Capaccio “Pzzajion”.

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